Franz Rossi: è una questione di concatenazioni

Imprenditore, giornalista, blogger, scrittore, podista: non è facile definire Franz Rossi, 50 anni compiuti il 1° gennaio 2014, sorriso aperto e diverse migliaia di km percorsi correndo su strada e in montagna.

Conosciuto e apprezzato da molti runners, soprattutto nel mondo del Trail, recentemente Franz ha scritto un libro con Giovanni Storti (si, proprio quello di Aldo, Giovanni e Giacomo), “Corro perché mia mamma mi picchia”, edito da Mondadori, che sta avendo un buon successo editoriale.

Franz Rossi

Franz Rossi

Franz, raccontaci qualcosa di te
Sono nato a Venezia e ho vissuto una gran parte della mia vita a Trieste, città che amo e che ha lasciato il segno, se non altro perché ho sposato una triestina. Ho sempre girato tantissimo, tant’è che mia figlia è nata a Udine e mio figlio a Treviso: così in famiglia copriamo tutto il Triveneto. Mi sono sempre occupato di giornali, dalla progettazione del sistema informatico alla progettazione del giornale stesso. Ancora oggi sono nel consiglio d’amministrazione di una società informatica che si occupa di gestione delle notizie, dalla carta stampata ai tablet passando per il web. Dal 2000 vivo in pianta stabile a Milano.

Quali sono le tue attività legate al podismo?
Seguo professionalmente i giornali, ma il lavoro è anche una passione. Sono affascinato dal mondo dei Media e della comunicazione. Così è stato naturale trovare un punto di incontro tra le mie due grandi passioni: la parola e la corsa. Ed è nato X.RUN, una rivista bimestrale che tratta la corsa da un punto di vista diverso da tutti gli altri magazines. Niente tabelle, niente diete, niente consigli sulle scarpe. Solo storie ed emozioni. Noi celebriamo la dimensione epica della corsa. Amiamo raccontare e farci raccontare dai corridori le loro avventure. Qualche volta è un campione del mondo, qualche volta è uno dei podisti che arriva sempre tra gli ultimi. Ma sono entrambi grandi persone con belle storie da narrare… e questo facciamo nella nostra rivista.
A margine della rivista è nato il gruppo degli X.RUNNERs. Sono corridori che provengono da tutte le società (non siamo una società sportiva) e che hanno in comune la voglia di dedicare il loro correre a un fine più alto. Abbiamo scelto EMERGENCY e corriamo per l’associazione fondata da Gino Strada in moltissime gare. A volte per raccogliere fondi, come faremo nella prossima Milano Marathon (in programma il 6 aprile, ndr), a volte semplicemente per ribadire un messaggio contro ogni guerra e di sostegno a chi non riesce a curarsi.

Com’è nata la tua passione per la corsa?
Ho sempre amato correre. Il primo sport che ho praticato a livello agonistico è stato il canottaggio (ho anche agguantato una medaglia di bronzo agli Italiani) e quando per allenarci dovevamo correre, io ero uno dei pochi che si divertiva. Poi ho praticato il triathlon, negli anni ’80, quando non era ancora così diffuso in Italia; quando però mi sono sposato e ho iniziato a viaggiare per lavoro ho smesso qualsiasi sport.
Una volta trasferitomi a Milano e avendo un po’ più di tempo per me, ho ripreso a correre, sono calato di quasi 20 chili e ho deciso di affrontare una maratona prima dei 40 anni. Da lì sono entrato nel tunnel e non ne sono ancora uscito. A dicembre ho corso la mia trentesima maratona (prima dei 50) ma nel frattempo sono passato al trail e alle lunghe distanze.
Ho sempre amato la natura e in particolare la montagna. Correrci è stata una scoperta incredibile.
Poi un po’ alla volta ho iniziato ad allungare fino ad arrivare alle ultra.

Cosa ti piace di più dell’ambiente della corsa e in particolare di quello dei trail?
L’aspetto che amo di più del mondo della corsa è lo spirito che accomuna chi corre. Non ha importanza chi sei o cosa fai nella vita, una volta che indossi canotta e scarpette sei uno del gruppo. Ci si dà del tu, ci si capisce al volo, ci si aiuta quando possibile.
Credo dipenda dal fatto che si sa esattamente cosa l’altro sta provando. Quando hai assaggiato la fatica, la sai riconoscere (e rispettare) se la vedi dipinta sul volto di un altro. Ecco, credo che la chiave sia proprio il rispetto. Anche quando si gareggia alla morte per arrivare davanti. Nel trail questa sensazione è centuplicata.
Un po’ perché si è di meno e ci si conosce tutti, un po’ perché c’è un comune rispetto anche per l’ambiente, per la natura, per la montagna. E poi la fatica in quelle gare dura più a lungo e quindi naturalmente si entra in maggior sintonia con gli altri.

A proposito di trail e corsa in montagna, cosa spinge secondo te un numero sempre crescente di persone ad affrontare prove come il Tor Des Geants (330 km, 24.000 metri di dislivello positivo, corsa da Franz nel 2013, ndr)
Beh credo che si debba dividere in almeno due filoni principali il gruppo di chi cerca di iscriversi.
Da una parte metterei tutti gli amanti dell’estremo: sono una minoranza, ma non sono pochissimi. Sono quelli che più si rischia, almeno sulla carta, e più sono felici. Persone che devono dimostrare qualcosa a loro stessi e agli altri. Basta scrivere che la gara è la più lunga del mondo ed eccoli arrivare come mosche al miele…
Invece c’è una parte più sana che interpreta la corsa come un percorso anche spirituale di ricerca. Persone che vogliono capire fin dove possono spingersi, persone che amano passare lunghi periodi a contatto con la natura. Di solito arrivano al Tor alla fine di un percorso. E sono quelli che hanno più possibilità di arrivare al traguardo.
Sia chiaro che non condanno ne l’una ne l’altra parte: chi sarei io per farlo!? Certo che i secondi hanno un approccio più etico e meno sensazionalistico a queste competizioni. Non mi stupirei se si iscrivessero anche in assenza di una classifica finale e di tutto il tamtam mediatico che si scatena attorno.

Giovanni Storti e Franz Rossi alla presentazione di "Corro perché mia mamma mi picchia" a Macugnaga

Giovanni Storti e Franz Rossi alla presentazione di “Corro perché mia mamma mi picchia” a Macugnaga

Come è nata l’idea di scrivere un libro a quattro mani con Giovanni Storti?
L’idea è venuta a me. Ero convinto che mancasse un libro che parlasse di corsa come una sana abitudine e non come uno sport da allenare.
Ovviamente so bene che senza fatica e allenamenti non si va da nessuna parte, ma la corsa non è solo fatica, lacrime e sudore. E’ anche passare del tempo con gli amici, viaggiare per il mondo, imparare a conoscere meglio se stessi. E’ un canale aperto con il tuo corpo. E’ uno stile di vita.
Insomma ero stanco di sentir dire: “ma come fate a correre così tanto” volevo spiegare che correndo si chiacchiera, si fa amicizia, insomma ci si diverte.
Giovanni è un amico che ho conosciuto correndo e che, come me, apprezza della corsa anche gli aspetti più piacevoli. Gli ho accennato l’idea e lui aveva la Mondadori che gli chiedeva da tempo di scrivere… e così abbiamo finito per partorire “Corro perché mia mamma mi picchia”.
E’ stata un’esperienza divertente e una bella scommessa. Entrambi, in modo diverso, lavoriamo con le parole. Entrambi amiamo correre per divertirci e presentare il libro prima di partecipare a una gara lo rende ancor più piacevole.
Naturalmente ci sono ulteriori sviluppi divertenti, le persone che commentando si dissociano o fanno proprie le nostre esperienze…
Credo che chi corre si ritrovi nel libro e chi non corre, forse, inizia a capire un po’ di più del nostro mondo.

Nel tuo blog spesso la corsa viene utilizzata come metafora della vita: ma la corsa fa vivere meglio?
Non solo la corsa. Tutto quello che si fa per passione e con passione è una metafora della vita e la ragione è semplice. Correre (e cucinare e cantare e arrampicare e recitare) sono tutti aspetti della vita stessa. Inscindibili dal suo fluire.
Sì. La corsa fa vivere meglio. E non solo perché migliora la tua salute e ti fa sentire meglio con te stesso. Correre è una questione di ritmo e il ritmo è tutto nella vita. Vivere in sincronia e armonia con il resto del mondo è vivere felici.

Hai ancora sogni? Quali?
Di sogni ne ho tanti, alcuni già sognati e in attesa di realizzazione, altri ancora da sognare.
Nel mio futuro a breve c’è ancora tanta montagna, ma fatta più in solitaria, con alcune persone.
La mia nuova scommessa è legata proprio a questo. Stare da soli di fronte alla natura ti permette di conoscerti meglio.
Se si è in due o tre si impara molto anche degli altri, soprattutto se anche gli altri hanno fatto un percorso di conoscenza di loro stessi.
Ho in mente di continuare a fare le mie “concatenazioni” (chi ha letto il libro sa cosa intendo – gli altri trovano una breve descrizione in questo post del mio blog – e vorrei esplorare ancora un po’ i miei limiti…
Insomma seguo la massima di Norman Vaughan, “Dream big and dare to fail” (sogna in grande e abbi il coraggio di fallire, ndr), con una lieve propensione per la seconda parte della frase.

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